Kantha e sashiko

Quando il rammendo diventa racconto

C’è un gesto che attraversa continenti e secoli senza bisogno di traduzione: un ago che entra ed esce dalla stoffa, lento, ripetuto. È il running stitch — il punto che corre, il più semplice tra i punti — eppure da questo gesto minimo sono nate due delle tradizioni tessili più belle che conosciamo: il kantha dal Bengala e il sashiko dal Giappone. Due modi diversi di rispondere alla stessa domanda: cosa fare con un tessuto consumato? La risposta, in entrambi i casi, non è “lo butto” ma “lo trasformo”.

Nei miei corsi non mi fermo unicamente alla tecnica che stiamo sperimentando insieme, ma provo a raccontare qualcosa in più sulle sue origini.

Kantha: la memoria si cuce a strati

Il kantha ha origini antiche e nasce nel Bengala, tra India e Bangladesh, dove il clima è caldo e umido. Questa zona è famosa per la produzione del tessuto di cotone più leggero che esista, la mussola. Le donne indossano i sari, mentre gli uomini, a seconda della religione di appartenenza, indossano il dhoti (induista) oppure il sarong (musulmano). La maggior parte dei kantha viene realizzata alla fine della stagione dei monsoni, quando i tessuti vengono stesi a prendere aria sotto il sole. Quelli troppo consumati per essere indossati vengono messi da parte per realizzare i kantha. Le donne se ne occupano nel tempo libero e nelle ore più calde della giornata: tre o quattro strati di sari o dhoti vengono sovrapposti e uniti con piccoli punti che corrono, creando disegni e motivi decorativi.

Fiori, alberi della vita, animali, piccole scene domestiche, a volte drammatiche. Il risultato è una superficie che si increspa leggermente, quasi respira, perché il punto tende il tessuto in modo naturale. Ed è questa la sua caratteristica, il suo tratto distintivo. Un kantha non è mai uguale a un altro, perché ogni donna vi ricama la propria storia e quella della sua famiglia. Questi tessuti di uso quotidiano vengono spesso donati a una figlia come augurio per un matrimonio felice o per la nascita di un bebè.

(baytan kantha, XIX secolo, dettaglio centrale, Mingei International Museum — Kantha, Recycled and Embroidered Textiles of Bengal / Radius Book).

Sashiko: necessità e disciplina

Spostiamoci ora nel Giappone del ‘600, nelle zone rurali del nord, dove il freddo e la vita dura dei pescatori e dei contadini richiedono capi resistenti e dove non esiste la lana, solo il cotone. E qui il sashiko — letteralmente “piccolo punto che corre” — indossa una divisa e ha un compito molto preciso: proteggere. E diventa geometria. Griglie, onde stilizzate (il celebre motivo seigaiha), losanghe — tutto ripetuto con un rigore quasi matematico, filo bianco su fondo blu indaco.

Il sashiko nasce fondamentalmente come una forma di cucitura usata per rinforzare, non solo per riparare: si cuciva sui pochi capi che si possedevano per renderli non solo più resistenti all’uso ma anche più caldi. Il tessuto diventava così più spesso e consistente mentre, tra un punto e l’altro, si creavano piccole sacche d’aria che mantenevano il calore del corpo, proteggendolo dal freddo. Tutte quelle impunture sulle nostre trapunte e piumini, in fondo, a cosa servono?

Dalla perpetua riparazione dei tessuti nel tempo nasce ciò che in Giappone viene definito boro, ovvero “qualcosa di consumato e riparato”. Il termine si riferisce all’antica usanza di utilizzare frammenti di tessuto per rattoppare indumenti consumati, allo scopo di allungarne la vita. Il risultato di questo processo di riparazione di generazione in generazione — per necessità, pezza su pezza — ha prodotto quelle che oggi sono riconosciute come vere e proprie opere d’arte, che raccontano decenni di vita che si aggiusta, giorno dopo giorno, strato su strato.

Frammenti originali di sashiko e boro (collezione privata)

Perché ci riguardano

Ciò che mi colpisce sempre, quando penso a queste due culture così diverse, è il rapporto con la scarsità: niente veniva sprecato, e proprio dal limite nasceva la libertà creativa più totale.

Se il kantha è un diario scritto a mano libera, il sashiko è una poesia a schema fisso: la bellezza sta nella ripetizione, non nella variazione. Due filosofie, un solo gesto. Ecco cosa amo di questi due mondi a confronto: usano esattamente lo stesso punto, ma lo abitano in modo opposto — il kantha è narrativo, organico, libero; il sashiko è geometrico, disciplinato, quasi architettonico.

Nessuno dei due è “il modo giusto” di cucire, ricamare, rammendare. Sono due grammatiche diverse dello stesso linguaggio: quello che dice che un tessuto consumato non è un tessuto finito, ma un tessuto che ha un valore residuo e che, in virtù di questo, può essere riportato in vita. Quando prendo in mano un tessuto da rammendare, spesso mi chiedo: voglio raccontare una storia libera, come farebbe una mano bengalese con i vecchi sari? O voglio costruire uno schema, quasi un disegno tecnico, come farebbe un contadino giapponese sulla sua unica giacca?

Non sono solo due modi di cucire e ricamare: sono due atteggiamenti che insegnano qualcosa che ci riguarda da vicino. Scegliere l’uno o l’altro, in un progetto di rammendo creativo, non cambia solo il risultato finale — racconta anche di noi, del nostro stato d’animo, del nostro vissuto, dell’educazione ricevuta, del nostro carattere. E lo fa senza alcun giudizio: con ago e filo in mano siamo tutti uguali, ed è interessante fermarsi a osservare ciò che accade dentro di noi.

Forse è proprio questo il segreto che kantha e sashiko custodiscono da secoli: che riparare non è mai solo un gesto tecnico, ma un modo di restare fedeli a ciò che abbiamo — e a chi siamo. Ogni punto, libero o disciplinato che sia, dice la stessa cosa: niente è davvero finito finché qualcuno sceglie di prendersene cura.

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