Mia figlia Vittoria è una travel specialist, oggi si chiamano così coloro che lavorano nelle agenzie di viaggio. Mi racconta che da un anno a questa parte sembra che tutti vogliano viaggiare in Giappone. Sarà che una considerevole parte del mondo è attualmente impraticabile per via di guerre, regimi, situazioni politicamente instabili e pericolose, ma sembra che tra le varie destinazioni rimaste appetibili, il Giappone vada alla grandissima e sia stato letteralmente invaso dal turismo. Fatto piuttosto curioso per la maggior parte dei giapponesi che non erano usi a interagire con i forestieri.
Cresciuta a pane, manga (fumetti) e anime (i cartoni animati), Vittoria è innamorata del Giappone fin da tempi non sospetti, si è laureata in lingua e letteratura giapponese e ha vissuto per diversi periodi di tempo nel Paese del Sol levante. Data la sua esperienza, conosce molto bene la sua materia ed è stata una preziosa guida durante i miei due viaggi, nel 2017 e nel 2024.
Nel 2017 lei stava studiando a Tokyo per un esame di lingua e, durante la golden week, la settimana di vacanza in cui tutte le scuole sono chiuse, siamo andate a zonzo. Tokyo, Kyoto, Osaka, Hiroshima, Nara,…io mi sono molto divertita, grazie a lei che si è preoccupata di organizzare tutto ed è stata bravissima. A Tokyo, mentre lei studiava, sono stata a zonzo da sola: ho visitato una mostra d’arte di Yayoi Kusama, un tempio shintoista meraviglioso, ho scoperto un locale delizioso con un piccolo forno che produceva pane e dolci buonissimi, ho fatto shopping in un negozietto minuscolo stipato di kimono usati e antichi, dove ho comprato alcuni Haori (le giacche corte che si indossano sopra il kimono) e ho riempito due sacche di scampoli di seta uno più bello dell’altro, che ho portato con me in Italia. Li conservo con cura, li utilizzo per i miei progetti di Visible Mending e per comporre i kit tessuto in vendita sul mio sito. Ho trascorso tre ore in quel negozio come se fossi in paradiso, scegliendo con cura ogni pezzo, arrotolato come una pergamena e fermato da un nastrino, mica buttato in una cesta alla rinfusa! Non scherziamo, siamo in Giappone. L’anziana proprietaria non parlava una parola di inglese e, ogni volta che entrava una cliente (rigorosamente giapponese), osservavano, tra lo stupito e il divertito, quella signora occidentale che selezionava i tessuti e li divideva per gruppi di colore, mal reprimendo manifestazioni di gioia all’italiana. Vittoria ad un tratto mi inviò un messaggio, per controllare dove fossi, era preoccupata che mi fossi perduta, dato che ero uscita di prima mattina e non ero ancora tornata. Tutto sotto controllo, la mamma si sta divertendo come una pazza e tra poco torna da te.

Nel 2024, per i miei 60 anni, decisi di regalarmi un secondo viaggio. In realtà l’idea nacque perché Vittoria doveva viaggiare in Corea del Sud e in Giappone alla ricerca di nuove esperienze da proporre ai suoi clienti. Avrebbe viaggiato per tre settimane e così le proposi di raggiungerla in Giappone. Il mio desiderio in realtà era duplice. Ritornare in Giappone con lei e unire l’esperienza di tintura con l’indigo che desideravo da tanto tempo. Avevo individuato una realtà molto interessante che proponeva workshop di questo tipo. Scrissi una email e mi misero in contatto con una loro allieva, che conosceva la lingua inglese e aveva aperto da poco il suo laboratorio a circa un’ora di treno da Tokyo, dove avrei dovuto raggiungere Vittoria.
Scrissi una email a questa persona e prendemmo accordi per un workshop individuale di due giorni in cui avrei tinto alcuni miei capi personali. Fantastico, era proprio quello che cercavo. Così partii per Tokyo e raggiunsi la periferia di Chiba in treno. Mia figlia prenotò per me l’unico hotel vicino alla stazione. Molto carino: camera spaziosa con bagno e prima colazione a buffet con ogni prelibatezza sia giapponese che occidentale. Confesso che ho assaggiato anche il pesce a colazione, roba da matti. Il mattino seguente ho preso uno strano treno. All’interno della stazione, tutti i binari si trovavano sulla sinistra ma il treno che dovevo prendere non era tra quelli. Non so come riuscii a farmi capire dal signore dell’ufficio informazioni e soprattutto a comprendere il suo scarsissimo inglese. Mi indicò un corridoio sulla destra. Al fondo trovai una cabina di legno, da cui si affacciava una vecchina che vendeva dei bellissimi biglietti ferroviari contro pagamento in contante. Li timbrava a mano con l’inchiostro rosso, imprimendo un simbolo che con ogni probabilità corrispondeva a data e orario di partenza, per poi invitarti con un inchino a proseguire verso il binario. Mi sembrò di entrare in un film di Harry Potter al binario 9 3/4. Il vecchio treno sostava sbuffando sul binario, al posto dei sedili, lunghe panche foderate in velluto percorrevano entrambi i lati del vagone. Pochi passeggeri anziani mi osservarono con stupore e curiosità, credo non avessero mai visto un’occidentale salirci. Il treno partì con disarmante puntualità e percorse un buon tratto di campagna tra risaie e piccole stazioni costituite da una tettoia in legno e qualcuno che si sbracciava per salutare.

Al mio arrivo, fuori dalla stazione, trovai alcuni taxi in fila. I conducenti erano tutti anziani e in divisa: camicia bianchissima, inamidata, perfettamente stirata e pantaloni neri. Nessuno di loro parlava inglese, ma con l’aiuto di Google indicai loro la mia destinazione. Panico. Nessuno sapeva dove fosse. Devi sapere che in Giappone i nomi delle strade o delle vie, non sono scritti sui muri degli edifici o su cartelli stradali. Niente. Il taxista ha bisogno di un indirizzo preciso nella sua lingua, in modo che lui possa inserirlo sul navigatore satellitare, altrimenti sei fritto. Fatto sta che il posto dove volevo andare non si trovava sulle loro mappe. Ad un tratto uno di loro, il più intraprendente, decise di provarci comunque, mi invitò a salire in auto e partimmo. Lui sembrava sicuro di sé ma, dopo una decina di minuti di strada in aperta campagna, si fermò presso un gruppo di case e mi fece segno di attendere, scese dall’auto e cominciò bussare a tutte le porte fino a quando uscì una donna, molto gentile e sorridente, ma anche lei sembrava non conoscere quel posto.
L’anziano taxista ormai visibilmente preoccupato, cercava di non darlo a vedere. Risalì in auto e proseguì, sembrava una mission impossible ma alla fine, non so come, si infilò nell’ennesima stradina. Con mio grande sollievo, capii di essere giunta a destinazione nel momento in cui vidi una piccola costruzione di legno in mezzo ad un campo, uno stenditoio e alcuni vestiti blu che svolazzavano al sole. Ayaki, la giovane maestra di tintura, uscì sorridente ad accogliermi. La pregai subito di chiedere al taxista di tornare a prendermi nel tardo pomeriggio, dato che ormai solo lui conosceva la strada.


Furono due giornate meravigliose in cui Ayaki mi guidò nel suo mondo, mi raccontò la sua storia, le raccontai la mia e piano piano mi introdusse l’affascinante arte della tintura con l’indigo. Io e lei, sole nel silenzio della campagna, le mie braccia immerse nelle vasche di tintura mentre lei azionava il timer, perché i tempi di immersione nel colore sono fondamentali, non un minuto di più, non uno di meno. Al suo via dovevo estrarre velocemente il tessuto dalla vasca di tintura, poi immergerlo nelle vasche piene di acqua fresca e pulita e scuoterlo energicamente, mentre il blu si manifestava come per magia al contatto con l’ossigeno. E infine dovevo stendere il tessuto al sole, osservandolo danzare con il vento in attesa che asciugasse, mangiando insieme a lei un ottimo riso con verdure.
La felicità.





Bellissimo racconto .grazie
Quando sono stata in Giappone anche noi abbiamo av prob perché non parlavano inglese . Capisco tutto ciò che hai provato .
Trovare il posto delle tinture e l’esperienza deve esser stata bellissima
Grazie di aver letto e commentato Claudia.
Emozionante il tuo racconto di quei giorni così speciali!! Alla fine speravo ci fosse una proposta… magari di partire in gruppo, sarebbe bello. Ti abbraccio Paola ☺️
Grazie Francesca. Chissà che un giorno non si faccia! Magari un dì lancerò un sondaggio.
Paola, non avresti potuto farti un regalo più bello. Un Compleanno da ricordare✨💝
Grazie Elena!